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Eliotropio
- via Dürer
n° 15
Milano
Aggiornato il:
7-06-2008
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Le lettere dell'Eliotropio
Pubblichiamo
qui la lunga serie di lettere scritte ogni mese dai membri dell'Eliotropio.
Trattiamo qualsiasi soggetto, infatti l'Eliotropio è apolitico e rispetta ogni religione.
Sarà quindi nostra cura dimostrare che non è il privilegio di gruppi politici o religiosi trattare di certi argomenti.
Sesta lettera - Il cuore
Nona lettera - La pace
Decima lettera - Amore
Undicesima lettera - Bambole di pezza
Dodicesima lettera - C'erano una volta
Tredicesima lettera - Cara Eliotropio
Diciannovesima lettera - Dal discorso del faraone Amenemhet (1996 a.c.)
(continua)
Gli Animali
Ogni essere vivente ha diritto al rispetto senza inferiorità né superiorità.
Eppure l'uomo si crede superiore.E' facile accogliere in primavera un cucciolo in casa per rendersi felici! Ma è altrettanto facile, qualche mese dopo, portare con sé in ferie questo cucciolo cresciuto e ingombrante? Darà fastidio in macchina, complicazioni sul treno o in aereo, per non parlare degli alberghi!
Così, ogni anno, questi poveri animali si ritrovano abbandonati sulla strada.
Però tutto è relativo e possiamo considerare che sono più felici gli animali abbandonati e liberi che non quelli incatenati e maltrattati, oggetto di sfogo da parte di esseri umani, tali solo di nome.
Ma il culmine della sofferenza la vivono gli animali che servono per la vivisezione. E' inutile discutere qui sul pro e il contro della vivisezione. E' sufficiente sapere che, nell'ombra, migliaia di esseri viventi soffrono il martirio, privi della libertà che la natura dava a loro come diritto, privi della possibilità di difendersi. Non è possibile ignorare questo genere di sofferenza sotto il pretesto che è animale. Provate a lasciarvi rapire dallo sguardo di un animale che chiede aiuto perché soffre. Non potrete sopportare questo sguardo, poiché la sua sofferenza diventerà vostra.
Certo, non tutti possono trasformarsi in San Francesco d'Assisi e glorificare ogni "creatura". Eppure siamo parte di ogni creatura, viviamo al ritmo dell'universo e siamo parte di esso. Dobbiamo Rispetto a tutto quello che vive.Noi esseri umani chiediamo di essere amati...Cerchiamo di amare per primi! Per cominciare, rispettiamo la vita, amiamo la nostra madre Terra, la natura e gli animali. Forse, dopo, saremo in grado di conoscere il vero significato della parola "Amore".
Evelyne Disseau
Non c'è più nulla, mamma, da succhiare
in questi tuoi seni avvizzito:
dillo tu a mia sorella che smetta di agitarsi
chiedendo inutilmente latte.
Domani, se muoio prima dell'alba,
che un po' di luce illumini i tuoi occhi
per guardarci dentro l'ultima volta.
E poi non mettermi, ti prego,
nella fossa con gli altri,
ma qui, vicino a te, coperto con poca terra.
A Dio io chiederò che un figlio simile a me
ti mandi dal cielo, ma...aspetti,
finché tra gli uomini ci sia un po' di amore,
che non succeda anche lui
di morire come me.Leopold Senghor
ex-presidente della Repubblica del Senegal
poeta
L' Anziano
E raccapricciante e mi lascia tanto malinconia nell’animo ogni qualvolta entro in certi luoghi a contatto di realtà alquanto desolanti della condizione umana . Queste mie considerazioni nascono da un rapporto abbastanza frequente che negli ultimi tempi ho intrattenuto con alcuni "ospizi", luoghi dove l’anziano ormai ritenuto inutile e non autosufficiente e’ "parcheggiato " negli ultimi anni di vita in un completo isolamento sia interiore che esteriore .
La vecchiaia spesso porta anche alla solitudine è vero, e cosi’ trovi in quegli sguardi assenti un rifiuto costante alla comunicazione ; ognuno vive con se stesso e rincorre solo i propri pensieri. E cosi’ in questo stato di incomunicabilità l’egoismo solca gli animi ogni giorno sempre più profondamente.
E se ti accosti a loro per cercare di comunicare, alcuni ti rispondono con piccoli discorsi o a monosillabi o a gesti, altri invece assenti non ti rispondono affatto , ma alcuni quelli più pronti, e sono pochi, ti raccontano di quel loro passato e non del loro futuro perché quello non esiste più, e’ morto ormai da tempo.
E ti rivolgi a loro ……….. Carletta, 91 anni, sorda e sempre con il capo reclino si solleva, aguzza lo sguardo e ti risponde con una vocina vivace e piena di brio, Anna smette di imprecare come spesso fa, contro tutto e tutti, quasi vuole sputare odio al mondo intero, si azzittisce ti guarda per un attimo ascolta le tue parole e abbassa il capo quasi per scusarsi ma e’ più’ forte di lei poi riprende ancora a gridare disturbando tutti.
E Clara che ti afferra’ la mano stringendola forte, non ti vuol lasciare andare via, chissà perché’, forse vuole inconsciamente un contatto umano, ti chiede con insistenza delle cose, sempre le stesse, la sua mente e’ vuota; Carla ordinatissima "normale" psichicamente ma cieca, sferruzza con grande volontà e interesse e con estrema difficoltà ; negli anni ha sviluppato per necessità la sua parte sensoriale e riesce a fare anche cose complesse per lei con molta precisione .
E tanti altri ne vedo in queste condizioni che non conosco da vicino ma che ti trafiggono il cuore al solo sguardo.
Certo ci vuole un gran coraggio vivere li dentro , anzi...morire anzitempo!
Amelia
Il
nostro mondo contemporaneo e occidentale propone modelli, tempi e ritmi
standard a cui l’individuo, volente o nolente, deve aderire, pena
l’esclusione, l’emarginazione.
Chi non se la sente di assumersi il duro fardello dell’emarginazione si adegua, e così facendo poco a poco tutte le sue energie essendo dirette verso l’esterno di sé, verso la costruzione di un ruolo sociale, si allontana dal suo proprio "centro". Allora, il "fare" soppianta "l’essere", l’individuo dimentica di avere un "centro", un proprio io interiore.
Molte persone invecchiando così, senza essersi mai confrontate col "centro" di se stesse. Spesso esse si ammalano perché hanno soffocato l’energia buona, costruttiva e riparatrice che poteva venire solo dal loro proprio "centro".
Non è certo un lavoro semplice guardarsi dentro, anzi costa fatica, può far soffrire, perché il nostro "io", a lungo represso, può esplodere con tutta la sua carica di sofferenza a lungo soffocata. Ma non c’è altra via per innalzarsi, per progredire. Se non facciamo prima i conti con noi stessi, col nostro subcosciente, col nostro ego, non possiamo acquisire un "sentire" universale e cosmico.
Ma poi non è forse sempre attuale la frase del filosofo "conosci te stesso ed avrai le chiavi dell’universo"?
Gianna Fornaciari
Questa,
cari amici, è una dichiarazione d’amore.
Sì, avete letto bene: una dichiarazione, una lettera d’amore… per lo yoga.
Ti avevo dentro di me quando sono nato.
Non lo sapevo.
Poi, all’improvviso, sei sbocciato dentro di me,come il fiore per l’Energia,e mi hai subito affascinato nonostante la tua non più verde età.
E’ scoppiato il nostro amore, all’inizio quasi per gioco,
come tanti altri,adesso terribilmente serio.
Stai crescendo sempre di più dentro di me, e io sto crescendo, a fianco a Te.
Chi l’avrebbe mai detto!
Siamo così opposti, io e Te!
Tu sei Unione, io sono dualità
Tu sei abbandono, io sono tensione
Tu sei amore, io sono, anche odio
Tu sei…
Però, a forza di starti accanto, comincio un po’ a somigliarti.
Chissà che un giorno non riesca a diventare come Te!
E cosa dire poi della tua pazienza…
Spesso mi arrabbio perché non riesco a capirti, ma Tu mi prendi per mano e riesci sempre a ricondurre Me a Te, dolcemente.
La cosa più bella, in questo nostro amore, è che questo Nostro Amore non soffrirà mai di gelosia e di tradimento a causa degli altri, perché sappiamo di formare, con gli altri, una Sola Grande Cosa.
Marco Tranchina

il cuore verde di un albero
che ascolta i racconti del vento,
che, cantando, saluta il sole
e che, in radici profonde,
ritma e pulsa
il segreto della madre Terra.
Vorrei essere
il cuore rosso di un falò
al cui fuoco
occhi di uomini guardano
con incantato stupore
per evocare in loro
struggenti nostalgie.
Vorrei essere
il cuore bruno della Terra
che batte con il ritmo delle stelle
e accoglie
e dona.
Vorrei essere
il cuore bianco del metallo
che solo per amore
condensa e forgia
Excalibur
per un saggio fra gli uomini.
Vorrei essere
il cuore azzurro del mare
che dissolve e riforma
dai primordi del mondo.
Ma ora
voglio essere
il mio cuore di umano
che canta con voi
l’eterno divenire.
AVERITA BERETTA
Una
triste mattina d’autunno, mi portarono in un vecchio edificio un
po’ cadente. Ricordo che quel giorno ero vestita di bianco, adornata
con un immenso fiocco azzurro che rendeva il colore del mio viso ancora
più pallido. Sulle spalle avevo un grosso peso. Mi lasciarono sola
e subito vomitai. Un forte senso di nausea caratterizzò l’intera
giornata.
Entrai in un’ampia stanza. Il soffitto e le finestre mi sembravano altissime. Vedevo file e file di piccoli tavoli e seggiolini. I tavoli avevano un buchino in alto a destra, o forse a sinistra. La luce era bianca e fredda. Un grosso crocefisso era appeso ad una parete. Sotto, imponente, c’era una gran tavola nera.
In piedi sull’attenti, braccia conserte e al comando seduta, quella mattina sperimentai, mi sembra per la prima volta, la sottomissione.
Non ero sola, altri erano nella mia stessa situazione. Il cuore mi batteva forte, forte. Stranamente ricordo più nitidamente gli oggetti che i visi. Tirammo fuori da una piccola valigetta un’altra valigetta piccola, piccola. Disposte in ordine tante matite colorate, un oggettino di ferro e una cosa bianca morbida che veniva voglia di mettere in bocca e che tante volte poi avrei utilizzato. Questa cosa faceva scomparire, non sempre senza lasciare segni, gli sgorbi che da quel giorno cominciai a incidere sui fogli bianchi.
Una signora stava seduta ad un tavolo molto più grande degli altri. Si alzò e cominciò a tracciare con un gessetto bianco delle stanghe che sembravano non finire mai. Ecco dal nero della tavola è comparsa la scrittura. Ora anch’io dovevo imitare la signora, la scrittura doveva comparire anche sul mio foglio bianco. Tra le dita non avevo il gessetto, a me più familiare, ma un lungo pezzo di legno giallo con la punta nera. Da subito fui assalita dall’incertezza: quale mano e quale dito dovevo utilizzare? Che brutte e storte erano le mie stanghe…le mani divennero preda di un tremolio che si accordava con il battito del cuore. Pensai ad una vecchia, che abitava al terzo piano del nostro palazzo, che non riusciva mai a tenere ferme le sue mani. Ricordo che quella sera pregai di non diventare come lei. Le mie stanghe erano un disastro, volevo farle scomparire per poterle radrizzare, ma il risultato fu un grosso buco nel foglio, non più bianco, ma grigio.
Poi, un suono, un campanello, mi fece sobbalzare. La signora si voltò e ci disse che potevamo uscire, disse anche che con le stanghe avremmo dovuto allenarci tutto il pomeriggio e che l’indomani avremmo ricominciato…Da quel giorno odiai per sempre la scuola.
La mattina seguente vomitai ancora. Dopo una settimana andai all’ospedale, perché dovevano togliermi le tonsille. Fu molto meno tragico, tra l’altro potevo mangiare tutti i gelati che volevo!
Dalia
Domenica sera a mezzanotte, ritornando dalla nostra piccola, tenera casa tra gli ulivi, di Camogli, abbiamo trovato la nostra mansarda di Milano con tutti i segni terribili di un’incursione di ladri professionisti, che hanno rubato tutto ciò che c’era nella piccola e, apparentemente sicura, cassaforte. Non c’erano gioielli molto importanti, ma c’era tutta le mia vita di ricordi legati agli affetti più cari e alle date più significative della mia storia.
Un
ladro, un nemico, si è infiltrato e ha violato la pace, la fiducia
e la serenità della mia amata casa tra i tetti della vecchia Milano,
conosce ormai la mia intimità, e il mio sentimento, devo confessarlo,
è come se fosse entrato un aggressore dentro di me.
Improvvisamente,
dopo dieci anni di sicurezza, mi sono trasformata da donna tranquilla
e “coraggiosa”, che vive molte sere della settimana sola,
con un piccolo vecchio cagnolino, totalmente inutile come difesa, anche
se tenterebbe qualunque cosa per me, in una persona che conosce per la
prima volta sentimenti di diffidenza, paura e ansia. Riprovo sulla mia
pelle un simile vissuto di diagnosi di una malattia tumorale avvenuta
alcuni anni fa. Sul piano simbolico la casa violata è come il corpo
violato da un invisibile aggressore che lascia dietro di sé solo
i segni squallidi del suo passaggio. Cosa posso fare per ritrovare la
tranquillità di prima? Ogni esperienza traumatica o dolorosa ci
trasforma e ci pone di fronte ad un bivio. Posso scegliere la via solare
o la via scura.
E’
arrivato un altro momento di passaggio della mia vita che devo affrontare
e superare per non perdere i tratti del mio carattere che amo, lasciando
posto a quelli che detesto, come la diffidenza, il vittimismo e la paura.
Il
primo pensiero è cercare di non drammatizzare un episodio che poteva
andare molto peggio e pensare, con amore, a chi subisce perdite totali,
molto, molto più gravi.
Non sono di certo, né la prima né l’ultima che ha subito un furto e, tutto sommato, il non avere più nulla di prezioso dà un senso di vuoto strano che però non è del tutto spiacevole. Almeno non ho più nulla da perdere, per quanto riguarda i gioielli, e credo che sia un bene imparare ad avere un certo distacco dalle cose materiali, dando più importanza a ciò che nessun ladro ci può rubare, che sono i nostri contenuti interiori. Se credo alla paura del nemico e dell’aggressore, se riduco la mia vita libera e serena a una vita blindata, avrò permesso al ladro di rubarmi molto, molto di più dei gioielli, che seppure amati, sono, in fondo, soltanto dei gioielli.
Inoltre,
in questi giorni di grande ansia e tensione, la mia schiena è più
corta di dieci centimetri, ho dolori ovunque, e tutta la mia energia è
nella testa occupata a pensare, pensare, pensare e soffrire. In questi
due giorni sono stata di vetro, fragile come il vetro, trasparente, nei
miei sentimenti contrastanti, come il vetro.
Ma
piano, piano, sento già la morbidezza della mia mente che arriva
a salvarmi dai pensieri di paura, di rancore, di dolore. Sono sicura che
tra un po’ di tempo, aiutata dall’affetto di chi mi vuole
bene, dal mio buon carattere ottimista e, non lo nego, da un buon impianto
antifurto, anche se ormai è tardi, racconterò, sorridendo
che…”poco tempo fa, purtroppo, sono entrati dei ladri in casa
mia, ma, fortunatamente, hanno rubato soltanto…tutti i miei gioielli!”.
In
un periodo di pieno buio che tutta l’umanità sta attraversando,
una umanità che rifiuta la natura semplice, sana e intatta dell’universo,
così come è uscita dalle mani di Dio, che respinge le verità
spirituali rivelate e le leggi dell’esistenza che quella stessa
nature include, per crearsi un mondo autonomo e artificiale con il solo
obiettivo del benessere terreno, tale umanità è destinata
infallibilmente a schiantarsi contro la propria illusione. Cosicché
si nota una presunta consapevolezza del rischio attuale; allora la parola
PACE è sulla bocca di tutti. Ma che senso ha dal momento che il
litigio endemico è alimentato dalle nostre quotidiane vendette?
Uomo!
La Pace viene da Dio. Si tratta di quella Pace di Dio che nella Bibbia
è detta “Shalom”, e che all’Eliotropio è
detta “Shanti”. Questa Pace esclude non solo la guerra, ma
anche l’ingiustizia, la paura, l’angoscia, la miseria, la
malattia e la stessa morte, mentre abbraccia la comunione con gli uomini
e l’unione con il Tutto.
La sincera ricerca dell’Amore conduce l’essere umano ad unire le sue azioni alle qualità, alla sapienza e all’essenza di Dio; allora da questo capiamo che è un errore coltivare tanto l’intelletto, che richiede ragione, lasciando morire il cuore. Perciò ogni uomo che si trovi in queste condizioni deve in primo luogo riconoscere e rifiutare l’errore della civiltà moderna: la sua falsa fede nel progresso materiale che, oltre ad aver provocato lo spaventoso regresso morale e spirituale che infetta il mondo attuale, si è anche dimostrato rovinoso sul piano materiale stesso. “Nessuno può servire due padroni”. Non affannatevi dunque dicendo: “che cosa mangeremo o che cosa berremo, che cosa indosseremo?” Il grande Architetto sa che ne avete bisogno. Cercate prima la fusione dell’io con l’Uno e tutte queste cose vi saranno donate.
Non
si nasce , ma si diventa. Inconsapevolmente abbiamo iniziato il nostro
cammino. Coraggio! Cerchiamo l’Etica, non l’etichetta…
Otto Bitjoka
AMORE può dare una madre al figlio
AMORE può dare la pioggia a un fiore riarso
AMORE può dare il canto a una persona sola
AMORE può dare il bacio a chi lo aspetta
AMORE può dare la luna agli innamorati
AMORE lo dono a te con semplicità
Giovanna - Eliotropio - Festa di Natale 2003
Vado sempre volentieri alla scuola materna a prendere Alessia, la figlia di mio nipote. L’ambiente è simpatico e con le maestre scambio con piacere due chiacchiere. Ieri pomeriggio ci andai per la prima volta dopo le vacanze di Natale e fui subito colpita da un’intera famiglia di bambole di pezza allineate nell’angolo del morbido. C’erano tutti, dai nonni ai nipotini: maschio e femmina naturalmente.
“Sono
le My Doll” specificò Piera, la maestra, con tono vagamente
polemico.
“Ce
le ha mandate l’Ispettorato per Natale, invece degli arredi nuovi
promessi per anni”
Le
osservai attentamente. Facevano una gran figura nei loro abitini vecchia
America, rifiniti in ogni dettaglio (con attenzione estrema ai particolari):
”Ma i bambini ci giocano?” chiesi subito.
“Pochissimo.
Si divertono solo a spogliarle.
Sono
le solite bambine volenterose poi a rivestirle.
”Costano un sacco!”, si intromise la mamma di Matteo “Mi
piacciono troppo! Me ne faccio regalare una da mio marito che mi vizia
sempre”, aggiunse con fare civettuolo. Probabilmente queste bambole
piacciono più ai grandi, pensai.
Ne
presi in mano una e la guardai. Improvvisamente mi venne in mente il POTL.
Che
storia! Che fine ha fatto il Potl? Il Potl è stato la mia ultima
bambola.
La
mia famiglia non era ricca, anzi decisamente povera, ma non così
povera da non ricevere la visita di Gesù Bambino.
La
sera della vigilia preparavamo in cucita la carota per l’asino,
perché Gesù Bambino che arrivava dal Portogallo, Spagna
e Francia, viaggiava con un asinello molto affamato. Devo dire che Gesù
Bambino in genere però faceva un po’ di testa sua e raramente
esaudiva i miei desideri. Mi portava terribili bambole di celluloide che
presentavano diversi inconvenienti.
Probabilmente
sarò stata una bambina maldestra, ma è mai possibile che
se cercavo di indagare su come erano annodati in assurde pettinature i
capelli, immancabilmente questi mi restavano in mano, rivelando un cranio
finemente bucherellato ricoperto di chiazze scure di colla secca? Frustrazione
peggiore quando la calotta cranica restava attaccata alla parrucca rivelando
un baratro terrificante da dove occhieggiava uno sguardo vitreo.
Eh
già, gli occhi e il loro meccanismo perverso.
La bambola in genere apriva e chiudeva gli occhi a seconda della posizione. I primi momenti era divertente: aperti, chiusi, aperti, chiusi. Poi immancabilmente la bambola assumeva uno sguardo bieco, in moto alternato, un occhio si apriva e l’altro no. Non era un ammiccare d’intesa, tutt’altro e la bambola assumeva un aspetto decisamente truce, insostenibile.
Cercavo
disperatamente di rimediare, con una leggera pressione sulle palpebre
o con delle delicate manipolazioni con l’immancabile risultato che
dopo erano due orbite bianche a fissarmi.
Il
diabolico meccanismo a bilanciere aveva vinto ancora una volta. Cercavo
allora di dimenticarmi la testa e di concentrarmi sul resto del corpo,
con insuccessi altrettanto clamorosi e deprimenti. Se solo muovevo un
po’ il braccio ecco che mi restava in mano e per simpatia si staccava
anche l’altro perché uniti da un crudele sistema a molle.
Sorte
analoga toccava alle gambe.
Impossibile
rimettere insieme gli arti. Ci provavo con degli elastici recuperati da
vecchie mutande, ma per quanto tirassi gli arti pendevano miseramente.
A
questo punto mi orientavo verso gli altri giochi aspettando il prossimo
Natale.
Ho
creduto a Gesù Bambino fin che ho potuto, per cui in terza elementare
espressi il desiderio di avere un bambolotto, eliminavo così il
problema degli orribili capelli.
Avrei
voluto un PIPPO; la “reclame” recitava “E’ Pippo
che beve, si alza dal lettino e fa la pipì nel vasino”: ovviamente
era corredato di biberon e vasino.
Ma
il nostro Gesù Bambino diventava sempre più povero. Alla
Centrale del Latte si cominciava a parlare di probabili licenziamenti
una volta completata l’automazione e a nessuno importava che mia
mamma fosse vedova con tre bambine.
Mia
madre riuscì ad arrivare a un compromesso con Gesù Bambino
che mi portò un bambolotto più semplice, senza filo diretto
bocca “pisello”.
Non
rimasi delusa. Rimasi più delusa che nonostante le mie preghiere
Gesù Bambino fosse passato senza aggiustare la perdita sotto il
lavabo.
Questo bambolotto che era mio, ero la più piccole, le mie sorelle
frequentavano già le medie, diventò di tutte.
Aveva
la testa di …non saprei definire, diciamo simil gomma e il corpo
di stoffa. Nell’insieme era morbidoso e ci piaceva strapazzarlo
e stringercelo al cuore.
Noi
tre sorelle avevano un gergo, per non farci capire dai ficcanaso. I nostri
nomi erano Sjin, Nat e Sut.
Io
ero il “Sut”, segno abbastanza evidente che desideravamo un
fratello. Il bambolotto era il Potl, distorsione di popino, popottino.
Ero
stata avvisata, questa sarebbe stata la mia ultima bambola. Nonostante
tutta la buona volontà che ci misi in breve riuscii a farle perdere
in modo definitivo la testa.
Il
“Sjin” che era la maggiore, mettendo a frutto alcuni dei
suoi numerosissimi talenti, con uno straccio bianco, fece una magnifica
testa. Ci disegnò dei dolcissimi occhi che non facevano scherzi
e un bocchino sempre sorridente. Con della lana molto grossa fece i capelli,
attaccandoli così bene, che non mi restarono mai in mano. Altrettanto
bene attaccò la testa al resto del corpo trasformando così
il Potl in un giocattolo multifunzionale. Ci si poteva giocare anche
a palla, non trovava mai niente da ridire.
Dormiva
con noi ed era un privilegio tenerlo “a su coi”, sul cuore.
Un
giorno qualcuno fece un lancio maldestro lo andò sulla tettoia
della scala B. Come fare a recuperarlo?
Noi
stavamo al secondo piano. Provammo ad attaccare insieme la scopa e lo
spazzolone, sporgendoci all’inverosimile dalla finestra della camera
da letto. Niente da fare, non ci si arrivava.
Attaccammo
anche il battipanni, ma per il peso eccessivo la scopa si staccò
finendo sulla tettoia….Attimo di panico. Cosa avremmo detto alla
mamma? Scendemmo velocemente in cortile. Fortunatamente la scopa sporgeva
un po’ e il Nat che era la più alta dopo qualche salto di
riscaldamento, riuscì a raggiungerla con il manico dello spazzolone
e farla ricadere giù. Chiedere agli inquilini del primo piano?
Loro ce l’avrebbero fatta semplicemente con la scopa.
Impossibile!
Il signor Onagro metteva soggezione solo a guardarlo da dietro. La signora
Pozzi che mi considerava una bambina senza padre, senza educazione e quindi
senza diritti, sarebbe stata anche capace di commentare con un “Ti
sta bene”. E poi? I miei ricordi stranamente finiscono qui: io che
guardo sconsolato il Potl a faccia in giù sulla tettoia.
In
quella mi telefona “il Nat”. Le chiedo senza preamboli:
“Che fine ha fatto il Potl?” Dopo quasi cinquant’anni
mi risponde: “O POTL MOR SOR CUC?”, nel nostro gergo amore,
tesoro, cocchino “Non ti ricordi, della deficiente della Maria Rosa
l’ha tirato sulla tettoia, pioveva molto e quando il portinaio si
è accorto che uno scarico non funzionava più perché
il Potl lo ostruiva l’ha tirato via e…”
Ho
capito.
Strano
come certi ricordi restano ed altri se ne vanno.
Ho aspettato Gesù Bambino ancora un anno. L’ultima volta è arrivato con un magnifico servizio da tè in miniatura, in finissima porcellana cinese. L’ho tuttora, è l’unico giocattolo sopravvissuto alla mia irrequieta infanzia.
Rita -Eliotropio - Festa di Natale 2003
C’erano
una volta una mamma e un papà, che si volevano molto bene, ma che
non avevano potuto avere figli.
Il
cuore della mamma era molto triste e il papà soffriva nel vedere
la sua donna così infelice.
Poi,
un giorno, compresero che lo stesso amore per un figlio nato da loro poteva
essere destinato ad un bambino dato da qualcun altro; decisero così
di intraprendere questa nuova strada: “adottare un bambino”.
Tanti
furono gli incontri con gli esperti prima che gli dicessero “Ok,
ora siete idonei, dovete solo aspettare affinché voi possiate essere
i genitori giusti per quello o quei bambini, i quali potrebbero venire
anche da molto lontano”.
Nel
cuore della mamma si aprì una luce, lei si sentiva veramente gravida
per l’attesa di quel bambino/a che ancora non conosceva.
Un
giorno, però, cominciò a non sentirsi molto bene e il giorno
dopo ancora e così, dopo un po’ di tempo, i due genitori
decisero di vedere un dottore e si avviarono mano nella mano.
Il
dottore che visitò la donna, alla fine fece la sua diagnosi: “Signora
lei aspetta un bambino”.
Lei,
allora, alzò gli occhi al cielo e pur non essendo stata molto credente
nella sua vita, disse “Grazie Dio, è il più bel regalo
che potessi farci”.
Susy e Attilio - Eliotropio - Festa di Natale 2003
Cara
Eliotropio,
(sì,
per me sei femmina)
hai
già compiuto i 18 anni….Lo so, ti ho un po’ trascurata
proprio quando sei diventata maggiorenne, ma sai che ti porto con me,
nella mia cartella e nei miei viaggi, soprattutto nei discorsi con i miei
allievi …qua e là mi sorprendo a dire cose che ho sentito
da te; per esempio a volte parlo con loro di come gestire il tempo
e mi trovo a ricordare a loro e a me stessa, l’importanza di stare
nel presente …figurati ho persino fatto con loro quell’esercizio
di contare alla rovescia da 1000 a 0, “senza barare”, come
dice tua madre…Quell’esercizio che stava antipatico a Erminia,
sì tua zia, proprio la zia Erminia sempre presa a “shiatzuare”.
Dicevo
sì, che hai compiuto i 18 anni….In effetti crescendo anche
tu ti sei attrezzata eh, non volevi restare indietro coi tempi et voilà
hai la tua pagina web…ragazza, tua cugina Cinzia si dà proprio
da fare, ho riguardato oggi la tua pièce d’identità
(un po’ di francese non guasta, dà charme e poi sai che col
francese ci sei ben imparentata).
Nella
tua pagina ci sono cose bellissime, scritte, disegnate e fotografate.
Quel gruppo di genitori ..che bellezza, tutti parenti nuovi che
portano con sé nuovi parenti piccini..che diventeranno genitori
…che porteranno parenti piccini…
Ah,
mi sento a casa quando parlo con te. E quando vengo da te, poi. Appena
entro…fffruccc d’un botto via il malumore o la tensione o
la tristezza – se per quel giorno mi han tenuto compagnia.
E
quando invece arrivo da te con il frizzicore della gioia nel cuore, da
te il frizzicore si espande, diviene meno acuto e più ampio, si
sposta da un’unica parte di me a tutto quanto, dentro e fuori.
Chissà quale magia nascondi. Forse non la nascondi proprio quella magia. E’ nata con te quel 1 febbraio dell’85, la porti nel tuo nome, la porti da quell’istante e la metti a disposizione di chiunque passi di qui: per una volta sola o per anni.
Io ti ho conosciuta il 10 ottobre 1987, una bimbetta eri. Ricordi abitavi ancora in quell’altra casetta, più piccola e con problemi nettuniani , che per i non addetti all’astrologia, significa problemi di umidità e di acqua. Poi sei arrivata qui, nella tua casa attuale, qui i problemi sono stati marziouraniani, con scoppiettamenti di vetri per botti di capodanno. Penso che con la terra e con l’aria - gli altri due elementi astrologici …lo sai che sono fissata, abbi pazienza - non avrai problemi, perché la terra è dove ci ospiti, soprattutto quando mamma Evelyne ci fa sdraiare per il rilassamento; quanto all’aria poi, mamma tua ha una vera e propria fissazione: lei lo chiama pranayama.
Una
cosa ancora: sai quei martedì. Sì proprio il terzo del mese,
beh quello è un momento speciale, peccato davvero essere in pochi:
è una tale bellezza e ristoro stare insieme in silenzio, pregando
ciascuno a modo suo, che a volte – te lo confesso – vorrei
bloccare gente per strada e dire “dai, vieni, mi sa che non smetterai
più, se vieni questo martedì con noi”. Poi, lo sai,
il mio lato Vergine mi blocca e ..lascio perdere. Ma con l’opposizione
di Urano dai Pesci non è escluso, cara Eliotropio, che io esca
un po’ dagli schemi del perbenino e della ragionevolezza e ….vedremo.
Cara
cara Eliotropio, stasera sei viziatissima, la tua casa è piena
di amici che sono venuti a trovarti, piena di cose buone, piena di amore.
Te lo meriti perché tu a me di amore ne hai dato tanto, continui
a darmene ed è questo amore che mi fa dire ore GRAZIE GRAZIE GRAZIE.
Che tu possa continuare fino alla pensione e molto oltre a portare Amore,
Libertà e Pace nelle vite di tutti noi e che noi, qui oggi, possiamo
portarli in noi e fuori da qui, ognuno nella sua realtà, nel suo
lavoro, nei suoi affetti…ovunque, sempre.
Zia Damiana – Festa di Natale 2003
Fumo.
Odore acre che prende la gola. Gli occhi hanno finito di bruciare ma tutto
arde dentro, ancora. Il caldo intorno, il secco e lacrime che dal volto
segnato di Imelde scendono piano sul collo, sul petto e si asciugano infine
nella sua veste scura. I piedi piantati nella terra dura, le mani sui
fianchi. Immobile. Impietrita la vecchia Imelde guarda quel che resta
del granaio bruciato. Solo nere tracce dove era quell’oro che ogni
giorno le allargava il cuore, guardandolo.
Standosene
là, seduta per terra, appoggiate le spalle al muro della vecchia
torre stregata, Imelde passava le ore, occhi e bocca aperti e un
canto strano che sgorgava da lei come acqua dalla sorgente. Poteva cantare,
ore e ore, di giorno e di notte, seduta lì, di fronte al granaio,
il muro della torre contro la sua schiena, le gambe aperte, come
una ballerina a riposo. Sì, una ballerina, perché Imelde
aveva la danza nel sangue, nelle viscere, nei polmoni, ovunque.Ballava
da sempre, non appena sentiva il fremito avvicinarsi a lei, come un alito
di vento scompiglia l’erba tenera del prato primaverile: così
dolce e forte insieme era per lei il richiamo: danzava. A volte con movimenti
dolci, come una danza orientale, a volte dimenando il corpo , come posseduta,
a volte pestando i piedi come una danzatrice africana o roteando su sé.
Per quella danza che le scorreva dentro s’era guadagnata presto
l’appellativo di “pazza” e per anni era stata “Imelde
la pazza”.
Ora
in paese era arrivata gente nuova, il suo nome s’era perso: era
per tutti “la vecchia pazza” e la torre alla quale così
fiduciosa da anni si appoggiava era la “torre stregata” agli
occhi dei paesani: si diceva, infatti, che lì dentro si aggirasse
una giovane donna, dall’aria dolce e inquieta, una donna che
– così pareva – non aveva mai pianto, che non mangiava
da sempre e che aveva come unico sostentamento acqua fatata che
le permetteva di vivere, così, uguale a se stessa, senza mai mutare
e invecchiare, perché doveva attendere il suo amore, partito
un giorno di maggio di un’eternità fa per il
continente perduto. Era Imelde, la vecchia pazza, a portarle ogni giorno
una brocca d’acqua che prendeva ad una fonte misteriosa. Ma ora
Imelde davanti a quello spettacolo desolante, davanti a quel vuoto, non
poteva più ballare. Per questo piangeva e piangeva e pìù
piangeva più stava lì, immobile, come se qualcosa
sarebbe dovuta, prima o poi accadere.
Gli
abitanti del paesino cercarono di smuoverla, le portarono frutta e pane
e vino, ma Imelde passava ore immobile, ferma, le lacrime sul collo. La
donna della torre stava per morire senza l’acqua fatata che Imelde
le portava. Temeva di uscire dalla torre: l’amato partito per il
continente perduto con la promessa di ritornare non l’avrebbe più
trovata così, lei sarebbe invecchiata, uscendo, a contatto
con l’aria. Ma senza l’acqua non poteva vivere e Imelde se
ne stava là e non c’era verso di farla muovere!
Le
cose andavano avanti da giorni oramai. Gli abitanti s’erano stancati
di soccorrere Imelde e temevano la leggenda della donna sempre giovane,
così smisero il loro via vai.
Passarono
giorni e notti: era giugno inoltrato. Una notte di luna piena gli sguardi
di Imelde e della giovane donna s’incontrarono e accadde qualcosa
di magico: si fermarono a lungo l’uno nell’altra e si videro
– per la prima volta: come un’unica scia di luce, erano una
cosa sola, avvolte in quel polverio azzurro chiaro. Senza parlare, in
un istante solo, la donna uscì dalla torre col suo vestito bianco
e Imelda si girò verso di lei con il suo ampio abito nero: si abbracciarono,
per la prima volta.
E
per la prima volta il viso della giovane si rigò di lacrime e dove
le lacrime passavano, lasciavano piccoli segni , solchi, leggere
rughe: il volto diveniva sempre più vivo e sempre più umano,
meno inquieto e di una dolcezza nuova, diversa. Imelde sembrò d’un
tratto più giovane, risentì il fremito, iniziò la
danza e roteando conduceva per mano l’altra che cominciò
a ballare.
Al
paese non si seppe più nulla di loro.
Sempre
ballando arrivarono alla grotta del desiderio, di cui non conoscevano
l’esistenza. Cercavano solo un riparo e ballando senza parlare
vi arrivarono, dopo ore e ore di volteggi. Un porcospino se ne stava
nei pressi, su un piccolo trono fatto di foglie, fiori e ciliegie e quando
le due donne furono vicine presto parlò “finalmente siete
arrivate!” Senza indugio e senza nulla aggiungere le guidò
fino all’apertura della grotta. Rallentarono solo un po’ la
danza e poi entrarono piano, senza smettere i piccoli passi di danza.
C’era un bambino di 4 o 5 anni, seduto per terra, occhi dolcissimi
pieni d’amore e uno sguardo antico. Si alzò per riceverle,
baciò loro le mani, le fece sedere accanto a lui e restarono in
silenzio a lungo.
La
donna della torre chiuse gli occhi e vide il suo amato: si abbracciarono
e ballarono dentro il cuore di lei. Imelde chiuse gli occhi e vide il
suo grano d’oro, ci si sdraiò, sentì l’odore,
la consistenza, ritrovò la pace di quegli istanti: stava ferma
eppure ballava.
In
quella grotta ogni desiderio veniva esaudito: il bambino saggio lasciava
provare all’interno del cuore quel desiderio finché
ne avessero avuto abbastanza e fossero pronte per ripartire.
Non
aveva fretta, le lasciò fare: rimasero mesi, occhi chiusi, concentrate
ognuna nelle proprie immagini. Fuori iniziava a nevicare, era ormai
inverno inoltrato, di nuovo la luna era piena. Le due donne aprirono gli
occhi. Occhi pieni di luce. Il bambino le abbracciò con infinito
amore e prima di congedarle diede loro un dono prezioso: dalle sue tenere
mani ricevettero, scritti su una foglia, i tre segreti:
VIVI
IL TUO SOGNO
AMA
CIO’ CHE VIVI
SII
CIO’ CHE SEI
e
soprattutto
DISTACCATI
DA TUTTO CIÒ E CONTINUA IL CAMMINO.
Le
donne che avrebbero voluto rimanere per sempre lì, con lui, nella
grotta del desiderio compresero. Si ritrovarono alla Fonte della Rinascita,
ancora per un poco insieme, ballarono ancora ma in modo diverso, ciascuna
sentendo il proprio ritmo interiore: eppure a vederle da lontano sembrava
un balletto studiato e preparato, perfetto armonioso e sincronizzato.
Ciascuna
con le mani a coppa raccoglieva l’acqua della Fonte della Rinascita
per offrirla all’altra. Bevevano piano, assaporando
ogni goccia.
Poi
ripartirono: Imelde verso le colline, la donna verso il mare.
Damiana
Il
1° febbraio 2004 L'Eliotropio compie 19 anni, infatti il 1°febbraio
1985
Evelyne
Disseau diede vita a Milano all’Eliotropio, centro di ricerche culturali
e spirituali, che ha lo scopo di mettere a disposizione dell’essere
umano gli strumenti per aiutarlo a conoscere sé stesso, ad acquisire
una più giusta comprensione degli altri e a sentirsi parte del
Tutto. Il programma del Centro è attuato mediante attività
e iniziative di varia natura, ritenute necessarie e utili a tale ricerca.
Yoga (con lo studio e la ricerca di Patanjali),
danza, musica, teatro, disegno, Ikebana, shiatsu,
astrologia, seminari,
conferenze, concerti, studi sperimentali
delle onde cerebrali e dell’energia con vari strumenti.
In 19 anni ne abbiamo fatta di strada, tante persone sono passate, molte ancora oggi sono soci attivi, altre si sono allontanate per seguire con coerenza il proprio percorso di vita, ma ciascuna ha lasciato il proprio segno nell'animo di ognuno di noi. Un grazie di cuore a tutti, ma soprattutto ad Evelyne che con tenacia e determinazione, generosità ed entusiasmo ha permesso che tutto questo accadesse.
Con l'augurio per tutti noi che il caldo cuore di Eliotropio continui a lungo a battere
Cinzia