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Vaccini contro la meningite: i dati che i media non diffondono
di Claudia Benatti
Si
assiste in questi ultimi tempi ad una fortissima pressione massmediatica sulle
meningiti e di conseguenza sui vaccini antipneumococco e antimeningococco
di tipo C immessi di recente in commercio, oltre che sul vaccino antihaemophilus
b che si usa già massicciamente da qualche anno e che è contenuto
nei vaccini esavalenti. Escono da più parti dati allarmanti, i mass
media incutono timori e due disegni di legge sono stati presentati alla Camera
e al Senato per introdurre le vaccinazioni contro pneumococco e meningococco
C gratuitamente e in massa sui bambini.
Ci sono però molti dati interessanti che vengono
taciuti, riflessioni che non vengono fatte, notizie incomplete o non corrette.
Ecco dunque qualche strumento in più per pensare e giudicare con senso
critico e consapevolezza.
Occorre innanzi tutto chiarire i seguenti punti:
Innanzi tutto occorre spiegare che esistono diversi tipi di meningite. Ci sono quelle batteriche contro le quali esistono tre vaccini: antihaemophilus di tipo B, antipneumococco e antimeningococco di tipo C. Questi tre vaccini non forniscono protezione contro tutte le meningiti batteriche esistenti, ma solo per alcuni sierotipi. Un esempio per tutti: il meningococco di tipo B, contro il quale la vaccinazione non protegge essendo stata studiata solo per il tipo C, rappresenta nel nostro Paese circa il 50-60% delle meningiti di questo genere. Quindi, cosa occorre dire ai genitori che sono stati indotti a ritenere la vaccinazione come protezione assoluta? Esistono poi numerosi tipi di pneumococco, sono 23 i più comuni, come riporta l’Istituto Superiore di Sanità (1). Il nuovo vaccino, molto pubblicizzato attualmente, che viene somministrato ai bambini sotto i due anni di età induce protezione contro 7 sierotipi.
Passiamo alla meningite da haemophilus influenzae:
nel 2004 su 34 casi totali di infezione da haemophilus, solo 8 casi erano
dovuti al tipo per il quale esiste il vaccino.
Esistono poi le meningiti virali, contro le quali non esistono vaccini. Quindi,
anziché generalizzare e indurre i cittadini a credere di possedere
armi per combattere tutte le meningiti, occorre puntualizzare che le “armi”
esistenti consentono di procurare anticorpi solo contro una piccola parte
di queste infezioni.
Ma quanto dura la protezione fornita dalla vaccinazione esistente? Al momento non si sa con precisione. Da una ricerca condotta sulle banche dati mediche, non risultano essere ancora stati prodotti studi sull’efficacia a lungo termine per questi vaccini; si sa solo che dopo 4 anni si riscontrano ancora anticorpi contro il meningococco C. E dopo? Al momento non è dato sapere se dopo 5, 6 o 10 anni i bambini saranno ancora protetti contro le infezioni batteriche per le quali hanno ricevuto il vaccino.
Veniamo
ai dati forniti dall’Istituto Superiore di Sanità
in merito al numero dei casi di infezione invasiva (meningite o sepsi) nella
popolazione infantile. “Numero dei casi” significa il numero di
coloro che hanno contratto l’infezione invasiva, tenendo conto di tutti,
sia di quelli che sono guariti sia di quelli che hanno riportato conseguenze
permanenti. Secondo l’Iss (2), i casi di infezione nel 2004 in Italia
da pneumococco nella fascia di età 0-10 anni sono 29 (dati elaborati
e resi disponibili al gennaio 2005), mentre quelli per meningococco nel 2004
sempre da 0 a 10 anni sono 42. Sempre secondo l’Iss, la mortalità
della meningite da pneumococco si aggira intorno al 10,5%, mentre quella da
meningococco intorno al 20%: quindi i morti all’anno non sono 40 (come
è stato affermato in sede di illustrazione del disegno di legge presentato
alla Camera [3]), bensì circa 11 (3 per lo pneumococco e 8,4 per il
meningococco C). Sarebbe anche interessante sapere se nei rari casi in cui
l’infezione è letale si riscontrano circostanze e condizioni
simili tra i bambini colpiti.
E ora veniamo ai dati del Vaers, Vaccine Adverse Event Reporting System, il sistema di vaccinovigilanza americano.
Secondo uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista medica JAMA (4), le reazioni avverse riportate durante i primi due anni (2000-2002) di utilizzo di massa del vaccino antipneumococcico eptavalente (quello in uso anche in Italia) sono state 4.154 tra bambini e adolescenti al di sotto dei 18 anni, con un’incidenza di 13,2 segnalazioni ogni centomila dosi distribuite. Nel 74,3% delle segnalazioni erano stati somministrati insieme altri vaccini. Si legge nel sunto reso disponibile da JAMA: “Ci sono state 117 morti e 34 casi di infezione invasiva da pneumococco che con alta probabilità significano l’inefficacia della vaccinazione (per quei soggetti, nda). Eventi immuno-mediati sono capitati nel 31,3% delle segnalazioni. I 14 pazienti con anafilassi e reazione anafilattoide sono sopravvissuti. 14 pazienti hanno sviluppato trombocitopenia e altri 6 malattia da siero. Nel 38% delle segnalazioni ci furono sintomi neurologici. Convulsioni sono state descritte in 393 segnalazioni, incluso 94 casi di convulsioni febbrili. (…) Malgrado ci siano grandi limiti nei dati dovuti a sorveglianza passiva e sia necessaria cautela nella loro interpretazione, i sintomi presentati da pochi bambini più di una volta dopo successive dosi di antipneumococcico eptavalente, incluso reazioni allergiche, pianto anormale e prolungato, agitazione, dispnea e dolori intestinali, richiedono continua sorveglianza, così come le rare segnalazioni di eventi potenzialmente gravi come le convulsioni, reazioni anafilattiche o anafilattoidi, ecc.”.
Esistono poi segnalazioni riportate sul Bollettino Australiano degli Eventi Avversi ai farmaci (5), secondo cui due bambini vaccinati hanno contratto e manifestato comunque un’infezione invasiva dovuta ad un sierotipo di pneumococco contro il quale il vaccino in teoria ricevuto avrebbe dovuto proteggerli.
E’ poi stato rilevato un altro grosso problema: la vaccinazione di massa dei bambini con vaccino antipneumococcico sta provocando una trasformazione dei ceppi batterici che causano la malattia, che diventano resistenti agli antibiotici, soprattutto la penicillina, con inevitabili conseguenze negative sulla possibilità e l'efficacia di cura e terapia. Ad affermarlo sono i ricercatori della facoltà di medicina dell'università israeliana Soroka (6), che, nel sud di Israele, hanno documentato la presenza di ceppi di pneumococco resistenti alla somministrazione di penicillina, cioè per i quali la terapia con l'antibiotico non ha efficacia. Il dottor Nurith Porat, che ha coordinato lo studio, ha spiegato anche all'agenzia di stampa inglese Reuters (7) che dopo l'introduzione generalizzata nel 2000 della vaccinazione di massa dei bambini con vaccino coniugato antipneumococcico si è registrato uno spostamento verso i ceppi batterici non contenuti nel vaccino stesso, che si sono moltiplicati prendendo il sopravvento e acquisendo una forte resistenza agli antibiotici. Gli autori nel loro studio concludono che "i sierotipi di pneumococco resistenti agli antibiotici derivano dalla trasformazione capsulare dei sierotipi contenuti nel vaccino". Lo studio israeliano, in realtà, non fa altro che confermare una ipotesi già annunciata nel 2000 dal National Vaccine Information Center americano (Nvic), l'agenzia di informazione critica sui vaccini che conta negli Usa, tra le proprie fila, validissimi medici ed esperti. Barbara Leo Fisher, presidente del Nvic (www.nvic.org ), ha infatti ricordato per l'occasione che quattro anni fa alla seconda conferenza pubblica internazionale sulle vaccinazione la dottoressa Erdem Cantekin aveva già predetto quanto poi è stato dimostrato e cioè che "l'utilizzo massiccio del nuovo vaccino coniugato, contenente 7 ceppi pneumococcici resistenti agli antibiotici, avrebbe premuto sugli altri più di 80 ceppi per diventare dominante". Quindi molti microrganismi si adattano a sopravvivere quando una vaccinazione di massa tenta di eliminarli.
La letteratura scientifica documenta anche segnalazioni di casi specifici di patologie insorte in soggetti che hanno ricevuto il vaccino antipneumococcico, sia per quanto riguarda il prodotto da somministrare sotto i 2 anni sia riguardo il vaccino da somministrare dai 2 anni in su fino all’età adulta. Nel 2002 una donna di 67 anni fu ricoverata in ospedale con una eruzione e una linfoadenopatia cervicale insorta una settimana dopo il vaccino (8). Quattro mesi dopo, la donna manifestò edema in viso e sulle gambe e disturbi visivi; successivi esami mostrarono un ingrossamento di fegato e milza, linfoadenopatia para-aortica e uveite. E’ stata anche segnalata vasculite leucocitoclastica dopo il vaccino (9).
Puntiamo ora l’attenzione su quanto accaduto in altri Paesi europei dopo l’introduzione di massa del vaccino antimeningococco di tipo C. In Scozia, dal rapporto fornito da Eurosurveillance (10), dopo l’introduzione estesa del vaccino contro il tipo C si è registrato un aumento di morti causati dal meningococco di tipo B. Da situazioni come questa è stato ipotizzato che introdurre massicciamente un vaccino contro un sierotipo, possa indurre la proliferazione e la maggiore aggressività di altri sierotipi contro i quali non c’è vaccino. Si tratta del principio, secondo cui i batteri e i virus, se attaccati massicciamente su un fronte, tendono a mutare rapidamente per poter sopravvivere.
Un’evoluzione inattesa della vaccinazione di massa contro il meningococco di tipo C si è avuta anche in Spagna, dove, dopo estesa campagna vaccinale, è stata riscontrata la presenza di un tipo B molto virulento che i ricercatori ipotizzano possa essere derivato da una mutazione genetica del tipo C ‘vaccinabile’ (11). Nello studio i ricercatori riportano anche come la vaccinazione sia iniziata nel 2000 e dal 2001 al 2003 siano stati registrati 111 casi di infezione da meningococco di tipo C tra i vaccinati.
Per quanto riguarda i cosiddetti ‘case reports’, cioè i casi specifici di eventi avversi riscontrati dopo vaccinazione, si può citare una encefalomielite acuta disseminata post-vaccinale segnalata nel 1997 in una 25enne dopo vaccino bivalente antimeningococco A e C (12), per la quale i medici hanno ipotizzato anche il meccanismo causa-effetto.
Una segnalazione più recente riguarda, nel 2001, una 17enne che dopo vaccino antimengococcico C ha manifestato una porpora di Henoc-Schonlein: vasculite con eruzione cutanea su quasi tutto il corpo, febbre, dolori addominali, tachicardia, dolori articolari e gonfiori (13). Naturalmente, sulla base delle evidenze scientifiche, la cosa migliore da fare risulta essere quella di riflettere e cercare di capire se la vaccinazione “sempre e comunque” possa avere un senso oppure no.
FONTE:
Claudia
Benatti, laurea giuridica, è giornalista professionista presso
la Nuova Gazzetta di Modena.
Portavoce di VacciNetwork, collaboratrice
di alcune riviste tra cui “AAM
Terranuova” su temi riguardanti la salute e l’ambiente, si
occupa da molti anni di divulgazione scientifica. Ha già pubblicato
Virus
letali e terrorismo mediatico, 2002 e Sanità
obbligata, 2004